Analisi storica (1901-1914)
L'età giolittiana (che copre sostanzialmente il periodo dal 1901 al 1914, dominato dalla figura di Giovanni Giolitti) corrisponde al momento in cui lo stato liberale italiano tenta di rispondere alla più grande trasformazione dell'epoca: l'avvento della società di massa.
All'inizio del Novecento, l'Italia non è più il paese prevalentemente agricolo e statico dell'Ottocento. L'industrializzazione sta accelerando, le città crescono e, soprattutto, "le masse" (operai e contadini) non sono più una plebe indistinta, ma soggetti organizzati in sindacati e partiti (in particolare il Partito Socialista e le organizzazioni cattoliche).
La grande intuizione di Giolitti fu questa: lo Stato non poteva più governare contro le masse, reprimendole con la forza (come fatto a fine '800), ma doveva governare con esse, integrandole nel sistema politico. Il suo progetto fu un tentativo di "addomesticare" le forze emergenti della società di massa per salvare le istituzioni liberali.
Il contesto economico favorevole fu il motore dell'azione giolittiana. In questi anni l'Italia vive il suo primo vero take-off industriale, concentrato nel cosiddetto triangolo industriale (Milano-Torino-Genova). Settori come il siderurgico, il meccanico (la FIAT nasce nel 1899), l'elettrico e il chimico trainano l'economia.
Di fronte a questa crescita e ai conseguenti conflitti di lavoro, Giolitti adottò una strategia rivoluzionaria per l'epoca: la neutralità dello Stato nei conflitti del lavoro.
La logica economica: Giolitti sosteneva che salari più alti avrebbero permesso agli operai di consumare di più, stimolando la produzione. Questa apertura favorì la crescita della CGdL (Confederazione Generale del Lavoro, 1906), il grande sindacato socialista.
La storiografia definisce spesso Giolitti come una figura dal "doppio volto" (Giano bifronte), a causa della profonda differenza del suo operato tra Nord e Sud.
Al Nord, Giolitti dialogava con le forze moderne. Cercò costantemente (senza mai riuscirci del tutto) di portare il Partito Socialista Italiano (PSI), guidato dal riformista Filippo Turati, all'interno del governo. Varò importanti riforme sociali:
Al Sud, la situazione era opposta. L'industrializzazione era assente e dominava il latifondo. Qui Giolitti non cercò il dialogo con le masse, ma il controllo dei voti attraverso i notabili locali.
Sebbene Giolitti fosse un pragmatico poco incline alle avventure coloniali, nel 1911 cedette alle pressioni dei nazionalisti, dei grandi gruppi industriali (che cercavano commesse militari) e dell'opinione pubblica che voleva l'Italia al pari delle altre potenze europee.
L'Italia dichiarò guerra all'Impero Ottomano per la conquista della Libia (Tripolitania e Cirenaica).
Il biennio finale del governo Giolitti vide due passaggi fondamentali che trasformarono definitivamente l'Italia in una democrazia di massa, ma che resero il sistema ingovernabile per il vecchio statista.
Le elezioni del 1913, le prime a suffragio universale, diedero la vittoria ai liberali solo grazie ai voti cattolici, ma il Parlamento era cambiato. La mediazione giolittiana non funzionava più in un'Italia polarizzata tra:
Nel marzo 1914, Giolitti si dimise, convinto di poter tornare al potere dopo una breve pausa (una sua tattica abituale). Tuttavia, nel giugno 1914 scoppiò la "Settimana Rossa" (moti insurrezionali) e poco dopo la Prima Guerra Mondiale. La "grande mediazione" era finita: l'epoca della politica di massa violenta era iniziata.