La filosofia di Giambattista Vico

L'opera principale

Il capolavoro in cui il filosofo espone in modo compiuto il suo pensiero è la Scienza nuova. Pubblicata in diverse edizioni (la prima nel 1725, l'ultima definitiva nel 1744), quest'opera monumentale si propone di rintracciare i principi universali che guidano lo sviluppo di tutte le nazioni. In essa convergono la filologia, intesa come studio dei fatti storici e linguistici, e la filosofia, intesa come ricerca del vero.

Il principio del verum ipsum factum

La riflessione di Giambattista Vico si pone in netto contrasto con il razionalismo di Cartesio. Il filosofo napoletano rifiuta l'idea che la ragione deduttiva e la matematica siano le uniche vie per raggiungere una conoscenza certa e indubitabile. Il nucleo della sua gnoseologia è riassunto nella celebre formula latina verum e factum convertuntur. Questo significa che la verità e il fatto coincidono.

Secondo questo principio, un soggetto può conoscere in modo assolutamente certo solo ciò che egli stesso ha prodotto. Poiché il mondo naturale è stato creato da Dio, soltanto Dio possiede la scienza perfetta della natura. L'uomo, non avendo costruito l'universo fisico, può al massimo descriverlo, misurarlo, ma mai comprenderne l'intima essenza. Tuttavia, esiste un ambito che è opera esclusiva dell'essere umano. Questo ambito è il mondo civile, fatto di istituzioni, linguaggi, leggi e costumi storici.

Dal momento che gli uomini hanno fatto la storia, essi possono conoscerla con la stessa certezza con cui Dio conosce la natura. Nasce così l'esigenza di fondare una scienza nuova, un sapere rigoroso che abbia per oggetto lo sviluppo del mondo storico e sociale.

La provvidenza divina e la storia

Un problema centrale nella filosofia vichiana è conciliare la libertà e l'egoismo umano con l'ordine storico. Gli uomini, mossi dalle loro passioni, agiscono spesso per scopi particolaristici, legati alla sopravvivenza o all'ambizione. Nonostante ciò, la storia non è un caos incomprensibile, ma segue un disegno razionale.

Questo ordine è garantito dalla provvidenza. La provvidenza non interviene in modo miracoloso per stravolgere le leggi del mondo, ma agisce in modo immanente. Essa utilizza le stesse passioni distruttive degli uomini per generare un ordine civile superiore. Ad esempio, la ferocia dei primi uomini viene incanalata nel timore religioso per fondare la famiglia; l'ambizione dei potenti viene limitata dalle leggi per fondare lo stato. Questo meccanismo, attraverso il quale le azioni umane producono risultati non intenzionali ma utili alla collettività, è il fondamento della concezione storica di Vico.

La storia ideale eterna e le tre età

Il filosofo teorizza l'esistenza di una storia ideale eterna sopra la quale corrono in tempo le storie di tutte le nazioni. Si tratta di un modello universale di sviluppo sociale, giuridico e cognitivo che ogni civiltà attraversa. Questo sviluppo si divide in tre grandi fasi, che corrispondono a tre facoltà umane: il senso, la fantasia e la ragione.

Il dominio del senso

In questa prima fase, gli uomini primitivi sono simili a bestioni. Mancano completamente di ragione e sono dominati da sensi vigorosi e da una fantasia robusta e sregolata. Non comprendendo le cause naturali dei fenomeni fisici, proiettano le proprie emozioni sul mondo naturale.

Un fulmine, ad esempio, non è visto come un evento meteorologico, ma come l'ira di un dio. Nascono così la religione, il senso del pudore (che dà origine al matrimonio) e la pietà per i defunti (che origina la sepoltura). Il linguaggio di questa età è una lingua divina, fatta di gesti e geroglifici silenziosi.

Il dominio della fantasia

La seconda fase è caratterizzata da animi alteri, fieri e crudeli. È l'epoca delle repubbliche aristocratiche, in cui i patrizi, che si considerano discendenti degli dei, dominano con la forza sui plebei. La virtù principale è il coraggio in battaglia e l'onore, tipici della figura di Achille nei poemi omerici.

La facoltà predominante resta la fantasia, che crea i grandi miti eroici. Il diritto non si basa ancora sull'equità razionale, ma sulla forza e sull'autorità delle tradizioni patrizie. Il linguaggio è poetico, ricco di metafore e immagini corpose.

Il dominio della ragione

Nell'ultima fase, gli uomini riconoscono la propria uguaglianza naturale. La mente pura e la ragione si sostituiscono alla fantasia e ai sensi. Da un punto di vista politico, nascono le repubbliche popolari (democrazie) o le monarchie, forme di governo in cui tutti i cittadini sono resi uguali davanti alla legge.

Il diritto diventa razionale, umano e universale, sganciandosi dalla violenza e dal privilegio aristocratico. Il linguaggio diventa prosaico, adatto alla filosofia, alle scienze e alla comunicazione chiara, abbandonando gli eccessi poetici delle età precedenti.

I corsi e ricorsi storici

Lo sviluppo storico non è concepito come un progresso lineare, infinito e inarrestabile. Giunta al culmine del suo sviluppo razionale nell'età degli uomini, la società rischia di andare incontro a una profonda decadenza. L'eccesso di razionalità slegata dai valori si trasforma in quella che viene definita la barbarie della riflessione. Gli uomini diventano cinici, egoisti, calcolatori, e i vincoli sociali si sgretolano.

Quando la corruzione raggiunge il suo apice, avviene un ricorso storico. La civiltà crolla e l'umanità sprofonda nuovamente in una condizione di barbarie primordiale, simile all'età degli dei, da cui il ciclo, o corso storico, dovrà faticosamente ricominciare.

Corso storico

Passaggio da età degli dei, agli eroi, agli uomini.

Massimo splendore

Dominio della ragione, uguaglianza e diritto universale.

Barbarie della riflessione

Cinismo, perdita di valori comunitari, eccesso di razionalità egoistica.

Ricorso storico

Caduta della civiltà. Ritorno allo stato primitivo e riavvio del ciclo.

Schema circolare della caduta e della rigenerazione storica nella teoria vichiana.