Macklemore
Gruppo di apertura, rimosso
«Free Palestine»: lo slogan detto dal palco, che denuncia poi di essere costato il posto nel tour.
Ricostruzione riportata da il Post e ANSA, 15–16 settembre 2026
Filosofia · Educazione civica · Triennio
Il caso Sheeran–Macklemore e la domanda etica sul silenzio
3' apertura e primo voto · 7' i fatti · 9' la frase · 18' le quattro posizioni · 11' i titoli · 12' voto finale e discussione
I · I fatti · 7 minuti
Ricostruzione essenziale, limitata a quello che le fonti giornalistiche riportano e a quello che i protagonisti hanno dichiarato con il proprio nome.
Macklemore, gruppo di apertura del Loop Tour di Ed Sheeran, dice dal palco «Palestina libera» e si rivolge ai civili di Gaza e della Cisgiordania per dire che «non sono stati dimenticati». Sono posizioni che il rapper aveva già espresso pubblicamente in passato.
Il discorso circola sui social e diventa oggetto di polemica: fra gli altri, la cantante Pink ricondivide un post che accusa Macklemore di propaganda anti-israeliana.
Macklemore annuncia di essere stato rimosso dal tour dopo due serate. Secondo la sua ricostruzione, alcuni proprietari di stadi statunitensi avrebbero minacciato di cancellare i concerti se lui fosse rimasto nel cast.
Robert Kraft, proprietario dello stadio (e della squadra dei New England Patriots), conferma pubblicamente la decisione per le due date del 25 e 26 settembre.
Ed Sheeran interviene: dice di avere opinioni personali sul conflitto, di non volerle portare sul palco e di non aver preso lui la decisione finale.
Quattro artisti del cast lasciano il tour per solidarietà con Macklemore: Finneas, Aaron Rowe, Lukas Graham e i Beoga (la band che suona con Sheeran). Intervengono Roger Waters e la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez; parte una campagna di boicottaggio e in un giorno Sheeran perde circa 150.000 follower su Instagram.
Gruppo di apertura, rimosso
«Free Palestine»: lo slogan detto dal palco, che denuncia poi di essere costato il posto nel tour.
Ricostruzione riportata da il Post e ANSA, 15–16 settembre 2026
Il protagonista del tour
«La decisione finale che Macklemore lasciasse il tour è stata presa dal promoter, non da me.»
«C'è un motivo per cui non uso la mia piattaforma professionale per la politica.»
«Non sono complice. Ho le mie opinioni personali su questo conflitto devastante.»
Dichiarazioni del 16 settembre 2026, riportate da il Fatto Quotidiano e ABC News
Proprietario del Gillette Stadium
Lo stadio ha «l'impegno di lungo corso a offrire un ambiente accogliente per tutti» e a non «fornire una piattaforma a discorsi di odio»: per questo la partecipazione di Macklemore «avrebbe superato quella linea».
Comunicato del 16 settembre 2026, riportato da Boston 25 News
Prima di qualunque giudizio morale, un problema di fatto: chi ha deciso?
Le tre versioni non si contraddicono del tutto — possono descrivere tre anelli della stessa catena — ma nessuna delle tre si prende interamente la responsabilità. Tenete presente questo dettaglio: tornerà nella Fase III, con Gramsci.
In questa storia le due accuse più pesanti sono affidate a due parole che non sono descrizioni neutre: sono qualificazioni contestate, ciascuna usata da una delle parti. In aula le useremo solo fra virgolette, come parole di qualcun altro.
Definire così ciò che avviene a Gaza è una caratterizzazione giuridicamente e politicamente controversa — se ne discute anche davanti alla Corte internazionale di giustizia. Non tutte le fonti la adottano.
È la qualificazione con cui il comunicato dello stadio descrive la storia pubblica di Macklemore. Anche questa è un'attribuzione contestata: il rapper rivendica una critica politica a un governo, non un'ostilità verso gli ebrei.
Domanda di metodo, valida per tutta l'ora: chi ha il potere di far attaccare a un comportamento l'etichetta che lo rende inaccettabile?
II · La frase al centro · 9 minuti
Dobbiamo sempre schierarci. La neutralità aiuta l'oppressore, mai la vittima. Il silenzio incoraggia il carnefice, mai chi è tormentato.
«We must always take sides. Neutrality helps the oppressor, never the victim. Silence encourages the tormentor, never the tormented.»
Chi parla. Elie Wiesel (1928–2016), deportato a quindici anni ad Auschwitz e poi a Buchenwald, scrittore, testimone della Shoah, Premio Nobel per la pace nel 1986. La frase non è un aforisma astratto: nasce dall'esperienza di essere stato vittima dell'indifferenza del mondo mentre la Shoah accadeva.
Come continua. Nel seguito del discorso Wiesel aggiunge che a volte bisogna intervenire; che quando la vita umana è in pericolo i confini nazionali diventano irrilevanti; e che ovunque uomini e donne siano perseguitati per la loro razza, la loro religione o le loro opinioni politiche, quel luogo deve diventare, in quel momento, il centro del mondo.
Se i confini nazionali sono irrilevanti, allora il valore di una vita umana non dipende dalla distanza geografica né dall'appartenenza: è già una tesi filosofica forte, un'etica universalista. Non tutti la accettano.
La frase non dice «parla sempre di politica». Dice che il silenzio produce effetti: sposta il peso dal lato di chi opprime. È un'affermazione sulle conseguenze, non sulle intenzioni.
È legittimo trasferire una frase nata dalla Shoah e dai totalitarismi del Novecento a qualsiasi conflitto contemporaneo? Che cosa si guadagna in forza morale — e che cosa si rischia di banalizzare?
III · Il nodo filosofico · 18 minuti
Non «la filosofia contro Sheeran»: un piccolo dibattito interno alla filosofia stessa. Per ciascuno: prima la domanda, poi la tesi. Provate a rispondere voi, prima di scoprirla.
1905–1980 · l'engagement
Se decido di non decidere, ho evitato la scelta o ne ho fatta una?
La tesi. L'essere umano è «condannato a essere libero»: non può non scegliere, perché anche l'astensione è un atto. Non scegliere è scegliere che le cose restino come sono. Il silenzio non è uno spazio vuoto: è una posizione implicita, con la comodità di non doverla difendere.
Dove tocca il caso. «Non uso la mia piattaforma per la politica» descrive una scelta, non un'assenza di scelte: la scelta di chi non è costretto dall'ordine presente delle cose ad agire. Su questo punto Sartre e Wiesel dicono la stessa cosa da due esperienze diversissime.
L'obiezione. Se ogni omissione è una presa di posizione, allora siamo responsabili di tutto ciò che al mondo non denunciamo: una responsabilità infinita è ancora una responsabilità? E chi decide su quali cause il nostro silenzio conta come complicità?
1902–1994 · il paradosso della tolleranza
Una società che tollera tutto, tollera anche chi vuole abolire la tolleranza. Che cosa le succede?
La tesi. Una tolleranza illimitata finisce per distruggere se stessa: se non difendiamo la tolleranza da chi la vuole eliminare, spariranno entrambe. Popper però è prudente: rivendicare il diritto di non tollerare gli intolleranti vale quando questi rifiutano il confronto razionale e rispondono agli argomenti con i pugni.
Dove tocca il caso. La struttura del ragionamento è la stessa di Wiesel — «la neutralità verso chi opprime finisce per favorire chi opprime» — applicata alle idee anziché alle persone. Serve a mostrare che l'intuizione di Wiesel non è isolata: ricorre in tradizioni filosofiche lontanissime fra loro.
L'obiezione. Qui il paradosso si ritorce su chi lo usa: chi è l'intollerante da non tollerare? Il proprietario dello stadio dice di difendere un luogo da un discorso d'odio; chi lo boicotta dice di difendere la libertà di parola da una censura. Lo stesso argomento serve a entrambi — segno che da solo non decide nulla.
1806–1873 · l'obiezione liberale
La libertà di parola comprende anche la libertà di tacere?
La tesi. Nella tradizione liberale sì: la libertà di espressione protegge anche il diritto di non esprimersi. Obbligare moralmente qualcuno a esporsi trasforma ogni sfera privata in arena politica e punisce chi sceglie la discrezione — anche quando la sceglie per ragioni legittime: dubbio, incompetenza, rispetto per un pubblico misto.
Dove tocca il caso. «Chi assiste ai miei spettacoli non si aspetta un dibattito politico»: è esattamente l'argomento milliano. Chi paga un biglietto per una canzone non ha sottoscritto un comizio. Ma Mill stesso ammette che si può causare un male non solo con le proprie azioni, anche con la propria inazione — e lì la difesa si incrina.
L'obiezione. Regge la distinzione fra cittadino comune e persona con milioni di ascoltatori? Esiste una soglia di potere oltre la quale il silenzio smette di essere un diritto privato e diventa un atto pubblico? E se esiste, chi la fissa: il pubblico, il mercato, la coscienza?
1891–1937 · egemonia e spazio pubblico
E se la domanda giusta non fosse «chi doveva parlare», ma «chi decide chi può parlare»?
La tesi. Il dominio non si esercita solo con la forza: passa per l'egemonia, cioè per il controllo dei luoghi e dei mezzi in cui una cultura si forma. Chi possiede i palchi, gli stadi, i giornali e le piattaforme decide indirettamente quali discorsi sono dicibili — e non ha bisogno di vietare nulla esplicitamente perché l'effetto si produca.
Dove tocca il caso. Sposta il bersaglio: non la colpa morale del cantante, ma la struttura. Il potere che ha funzionato qui è economico e privato — proprietari di impianti, promoter, contratti — e si vede proprio nel fatto che nessuno dei tre protagonisti rivendica per intero la decisione. Concentrarsi solo su Sheeran lascia in ombra il problema più grande.
L'obiezione. Uno stadio è proprietà privata: chi lo possiede non ha il diritto di scegliere che cosa vi accade? E l'egemonia, in questo caso, da quale parte sta, visto che quattro artisti hanno potuto andarsene e il pubblico ha reagito con un boicottaggio? Il potere qui è stato esercitato — ma anche contestato con efficacia.
Le quattro posizioni non rispondono alla stessa domanda, e vale la pena dirlo alla classe. Sartre chiede che cosa è il silenzio; Wiesel e Popper che effetti produce; Mill quali diritti protegge; Gramsci chi lo ha organizzato. Quattro domande diverse spiegano perché il dibattito pubblico su questa vicenda sembra fatto di gente che parla senza incontrarsi.
IV · Media literacy · 11 minuti
Tutti questi titoli sono veri e raccontano gli stessi giorni. Cambiano il soggetto della frase, il verbo, le parole scelte — e quindi cambia chi agisce, chi subisce e di che cosa stiamo parlando.
il Post 15 set
Passivo · nessun agente nominato
ANSA 16 set
Sheeran soggetto · «bufera» · «pro-pal»
Rolling Stone 15 set
La causa messa nel titolo: la frase detta
Boston 25 News 16 set
Solo la conferma · nessuna valutazione
The Boston Globe 16 set
Articolo d'opinione · giudizio esplicito nel titolo
The Washington Times 17 set
Il giudizio è citato, non assunto: è di una deputata
il Fatto Quotidiano 16 set
Il titolo è la voce del protagonista, senza mediazione
Sky TG24 17 set
La notizia è una metrica · nessuna etica nel titolo
QN · Quotidiano Nazionale 17 set
Chiave narrativa ed empatica: «solitudine»
Un titolo per coppia: i nove bastano per tutta la classe. Sei minuti di lavoro e poi mezzo minuto a testa in plenaria — si legge il titolo e si dice che cosa fa. Rispondete almeno alle prime due domande, senza aprire l'articolo; le altre due se avanza tempo.
| Titolo | Fatto verificabile | Interpretazione presentata come fatto | Scelta retorica |
|---|---|---|---|
| … | … | … | … |
| … | … | … | … |
V · Discussione finale · 12 minuti
Le tre domande si votano due volte: il primo giro nei tre minuti di apertura, il secondo adesso. Il confronto fra i due giri è il vero risultato dell'ora.
1 · È mai possibile essere davvero neutrali?
2 · Il dovere di schierarsi pesa più su chi ha milioni di ascoltatori?
3 · In questa vicenda, chi ha esercitato un potere di censura?
VI · A casa · entro la prossima lezione
Tre passi su un unico foglio, scritto a mano. Nessuno dei tre si può delegare a nessuno: servono nomi, ore, parole esatte e due giorni della vostra vita.
1
Per quarantotto ore tieni un taccuino. Annota tre momenti reali in cui hai taciuto o hai parlato mentre era in gioco qualcosa: in classe, in chat, a tavola, negli spogliatoi. Per ciascuno scrivi quando, dove, chi c'era, che cosa hai pensato di dire e non hai detto, e che cosa è cambiato dopo.
2
Fai la stessa domanda a tre persone: una della tua età, una adulta, una che ha più di sessant'anni. La domanda è: «Chi ha molti ascoltatori ha il dovere di dire quello che pensa sulle cose gravi?» Riporta le parole esatte, non il riassunto. Annota chi ha chiesto tempo per pensare, chi ha cambiato idea mentre parlava, chi ha voluto sapere prima di quale conflitto si trattava.
3
Una sola frase, in fondo al foglio: quale delle quattro posizioni viste in classe — Sartre, Popper, Mill, Gramsci — le tue tre interviste hanno smentito, e perché. Se nessuna è stata smentita, scrivi quale ne esce più forte e con quale prova.
Per approfondire
Le fonti giornalistiche della vicenda sono linkate nella Fase IV: sono state consultate il 17 settembre 2026.