L'ingresso dell'Italia nella Grande Guerra fu un processo tormentato, segnato da una profonda frattura interna tra la piazza e il Parlamento, e da una condotta militare che mise a dura prova la tenuta stessa dello Stato unitario.
Allo scoppio del conflitto, l'Italia dichiarò la propria neutralità (3 agosto 1914). Nonostante facesse parte della Triplice Alleanza, il trattato aveva una natura difensiva, mentre l'Austria-Ungheria aveva dichiarato guerra alla Serbia senza consultare Roma.
Tuttavia, si aprì un anno di intensi negoziati diplomatici. Il governo (guidato da Salandra e dal ministro degli Esteri Sonnino) scelse la strada del "sacro egoismo", trattando con entrambi i blocchi per ottenere il completamento dell'unità nazionale (Trento e Trieste).
I territori promessi all'Italia nel patto segreto di Londra del 1915.
Il Patto di Londra: il 26 aprile 1915, all'insaputa del Parlamento, l'Italia firmò un accordo segreto con la Triplice Intesa. In cambio dell'intervento, le venivano promessi il Trentino, l'Alto Adige, la Venezia Giulia, l'Istria (senza Fiume) e parte della Dalmazia.
L'Italia entrò in guerra il 24 maggio 1915. Il fronte si estendeva per circa 600 km, dal Passo dello Stelvio all'Adriatico, gran parte dei quali in alta quota.
Il Generale Luigi Cadorna, comandante supremo dell'esercito italiano fino al 1917.
Il momento più drammatico fu la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917). Grazie a nuove tattiche di infiltrazione, le truppe austro-tedesche sfondarono le linee italiane. L'esercito si ritirò in disordine fino al fiume Piave.
Prigionieri italiani a Cividale
Si mobilitarono i "ragazzi del '99", i giovanissimi chiamati alle armi per colmare le perdite. La resistenza sul Piave e sul Monte Grappa preparò la controffensiva finale che culminò nella vittoria di Vittorio Veneto e nell'armistizio di Villa Giusti (3 novembre 1918).
Nonostante il successo militare, l'Italia uscì dal conflitto profondamente ferita. Al tavolo della pace a Versailles, le promesse del Patto di Londra non vennero pienamente mantenute (soprattutto riguardo alla Dalmazia), alimentando il mito della "vittoria mutilata", che sarebbe diventato un pilastro della propaganda fascista.
Il Paese si spaccò tra chi vedeva nella guerra l'occasione per completare il Risorgimento e chi la considerava una "inutile strage".
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