Blaise Pascal

Il cuore, la ragione e Dio

1. Il limite della ragione

Il punto di partenza fondamentale della filosofia pascaliana è una distinzione epistemologica radicale. Pascal, pur essendo uno dei più grandi matematici del suo tempo, comprende che la scienza e la logica formale non sono strumenti sufficienti per indagare l'enigma dell'uomo.

Egli distingue tra due modalità di conoscenza che operano in ambiti diversi:

L'ésprit de géométrie

È lo "spirito di geometria". Rappresenta la ragione discorsiva, scientifica e analitica. Procede attraverso definizioni chiare, assiomi e dimostrazioni rigorose. È lo strumento perfetto per la fisica e la matematica, per comprendere il mondo naturale. Tuttavia, di fronte ai problemi morali o esistenziali, si inceppa.

L'ésprit de finesse

È lo "spirito di finezza". È la capacità di "sentire" la verità in modo intuitivo e immediato. Non procede per dimostrazioni, ma per visioni d'insieme. Ha sede nel cuore (che per Pascal non è l'emozione romantica, ma l'organo della percezione spirituale). È l'unico in grado di cogliere le sfumature dell'animo umano e Dio.

"Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce".

Per Pascal, la fede è Dio sensibile al cuore, non alla ragione. La ragione può preparare la strada, ma l'ultimo passo verso la verità assoluta è un atto intuitivo e sentimentale.

2. La condizione umana: i due infiniti

Pascal offre un'antropologia drammatica. L'uomo si trova sospeso in una posizione vertiginosa, schiacciato tra due abissi:

In questo scenario, cos'è l'uomo? "Un nulla rispetto all'infinito, un tutto rispetto al nulla, un medio tra niente e tutto".

Il "roseau pensant" (la canna pensante)

Da questa posizione deriva il paradosso della nostra natura. Siamo definiti dalla compresenza di miseria e grandezza.

La miseria: fisicamente siamo fragilissimi. Un vapore, una goccia d'acqua bastano ad ucciderci. L'universo può schiacciarci senza alcuno sforzo.
La grandezza: risiede interamente nel pensiero. Se anche l'universo ci schiacciasse, noi saremmo più nobili di ciò che ci uccide, perché noi sappiamo di morire, mentre l'universo non sa nulla della sua vittoria.

"L'uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante".

3. Il divertissement (la distrazione)

Se la nostra condizione è così tragica e precaria, come facciamo a sopportare la vita giorno per giorno? La risposta di Pascal è il divertissement.

Non bisogna intenderlo nel senso moderno di "divertimento" o "svago". Etimologicamente deriva dal latino de-vertere, che significa distogliere lo sguardo, deviare.

Gli uomini si lanciano in occupazioni frenetiche — la guerra, la caccia, il gioco d'azzardo, la carriera politica, gli intrighi di corte — non perché desiderino veramente la preda (la lepre) o il denaro, ma perché l'agitazione impedisce loro di pensare.

Il re e il mendicante sono uguali in questo: entrambi cercano di fuggire dalla noia. La noia è il nemico mortale perché, se ci fermiamo, emerge la consapevolezza della nostra nullità, della nostra miseria e della morte inevitabile.

"Tutta l'infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: il non saper restare tranquilli in una camera".

Il divertissement è quindi un'illusione necessaria ma tragica: ci permette di vivere non pensando alla morte, ma ci impedisce di cercare la vera salvezza.

4. La critica a Cartesio

Pascal nutre un rispetto per Cartesio come matematico, ma lo considera il suo più grande avversario sul piano filosofico e religioso. La critica è feroce e mirata a smantellare l'orgoglio del razionalismo.

"Non posso perdonare a Cartesio..."

Nei Pensieri (fr. 77), Pascal scrive una delle condanne più celebri della storia della filosofia:

"Non posso perdonare a Cartesio; avrebbe voluto, in tutta la sua filosofia, poter fare a meno di Dio; ma non ha potuto evitare di fargli dare un colpetto al mondo per metterlo in moto; dopo di che non sa più che farsene di Dio".

I punti della critica:

  1. Il Dio "tappabuchi": per Cartesio, Dio è solo un principio logico necessario per fondare la fisica (il primo motore). È un Dio meccanico che dà la "chiquenaude" (il colpetto) iniziale e poi abbandona il mondo alle sue leggi.
  2. Il dio dei filosofi vs. il Dio di Abramo: il dio di Cartesio è un'astrazione mentale, un "ente" freddo. Per Pascal, questo dio è inutile. Non consola, non perdona i peccati, non entra in relazione con l'uomo. È un deismo che sconfina nell'ateismo pratico.
  3. L'assenza di Cristo: il razionalismo pretende di arrivare a Dio senza passare per la miseria umana. Per Pascal, l'unica via è Gesù Cristo, che unisce la miseria dell'uomo alla grandezza di Dio. Senza Cristo, ogni filosofia è orgoglio o disperazione.

5. La scommessa (le pari)

Poiché la ragione (spirito di geometria) non può dimostrare né l'esistenza né la non esistenza di Dio (Dio è absconditus, nascosto), l'uomo si trova in uno stato di incertezza. Agli scettici e ai libertini, Pascal non offre una prova teologica, ma un calcolo di convenienza.

"Voi siete imbarcati": non si può scegliere di non giocare. Vivere significa scommettere. Bisogna scegliere croce (Dio esiste) o testa (Dio non esiste).

La tua scelta Ipotesi: Dio esiste Ipotesi: Dio NON esiste Risultato netto
Scommetto SU Dio
(vivo virtuosamente)
Guadagno infinito
(Paradiso)
Perdita finita
(qualche piacere terreno)
Vantaggio infinito
Scommetto CONTRO
(vivo nel vizio)
Perdita infinita
(dannazione / nulla)
Guadagno finito
(piaceri effimeri)
Svantaggio infinito

Il ragionamento matematico: anche se la probabilità che Dio esista fosse minima, moltiplicata per una vincita infinita (la beatitudine), dà un valore atteso infinito. È razionale scommettere su Dio.

Nota bene: Pascal sa che questo calcolo non dona la fede. Ma serve a chi vuole credere e non ci riesce. Il consiglio pratico è: "Comportati come se credessi". Prendi l'acqua santa, vai a messa, inginocchiati. Questa abitudine meccanica (abêtir, "abbrutirsi" nel senso di diventare come l'animale-automa) calmerà le passioni e predisporrà il cuore a ricevere la Grazia.

6. La notte di fuoco (Le mémorial)

Tutta la filosofia di Pascal culmina non in un libro, ma in un evento mistico reale.

È la notte del 23 novembre 1654. Pascal ha un'esperienza di estasi che dura circa due ore (dalle 22:30 alle 00:30). In quei momenti sperimenta la presenza viva di Dio, non il Dio dei filosofi, ma un Dio di amore e fuoco.

Scrive febbrilmente alcune parole su un pezzo di carta. Poi copia il testo su una pergamena. Cuce entrambi i fogli all'interno della fodera della sua giacca (il giustacuore). Porterà questo segreto addosso per tutta la vita, trasferendolo di vestito in vestito.

Il testo fu scoperto da un servitore solo dopo la sua morte, scucendo la giacca del filosofo (Ecco il testo completo).

FEU (FUOCO)

Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe.
non dei filosofi e dei dotti.
Certezza. Certezza. Sentimento. Gioia. Pace.
Dio di Gesù Cristo.
Deum meum et Deum vestrum.
Il tuo Dio sarà il mio Dio.
Oblio del mondo e di tutto, fuorché di Dio.
Egli non si trova se non per le vie insegnate nel Vangelo.
Grandezza dell'anima umana.
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto.
Gioia, gioia, gioia, lacrime di gioia.
Io me ne sono separato.
Dereliquerunt me fontem aquae vivae.
Dio mio, mi abbandonerete voi?
Che io non ne sia separato in eterno.

- Blaise Pascal, anno di grazia 1654

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