Il metodo genealogico e la chimica delle idee
L'approccio teoretico di Nietzsche non consiste nella confutazione logica degli avversari. Egli applica quella che definisce una "chimica delle idee e dei sentimenti morali". Il suo intento non è dimostrare che un ideale (come l'altruismo o la castità) sia falso deduttivamente, ma mostrarne la genesi pudenda: come l'ideale superiore sia sublimato a partire dal suo opposto, ovvero da istinti bassi, fisiologici e utilitaristici.
Il "filosofare col martello" è perciò un metodo diagnostico affine al diapason. Nietzsche batte sugli idoli millenari per ascoltarne il suono: essi suonano vuoti. Rifiutando l'impostazione teleologica hegeliana e l'apriorismo kantiano, la genealogia scava sotto i concetti astratti per rinvenirne le radici fisiologiche e psicologiche, riducendo la metafisica a un sintomo clinico di decadenza vitale.
Dall'ebrezza tragica all'uomo teoretico
Ne La nascita della tragedia (1872), Nietzsche si appropria della metafisica schopenhaueriana del Principium Individuationis (il velo di Maya che separa gli individui) per definire l'Apollineo: l'istinto plastico, onirico, che crea belle forme individuali per mascherare l'abisso insensato dell'essere. Di contro, il Dionisiaco rappresenta la rottura di questo principio: lo smembramento dell'io (come il dio Dioniso Zagreo), il ritorno all'Uno originario attraverso l'ebrezza musicale, l'accettazione estatica del dolore cosmico e della distruzione.
Il genio dei Greci presocratici fu nell'unire questi opposti nella tragedia, dove il coro dionisiaco si oggettivava nella visione apollinea della scena. La tesi radicale di Nietzsche è l'identificazione dell'assassino della tragedia non nei barbari, ma in Socrate. Socrate è l'archetipo dell'"uomo teoretico", colui che instaura l'ottimismo logico: l'illusione che il pensiero possa giungere fino agli abissi dell'essere e correggerlo. Sostituendo l'istinto con il sillogismo cosciente, Socrate inaugura la malattia razionalista dell'Occidente, condannando l'arte a mera mimesi e la vita a un problema morale da risolvere.
Epistemologia: la verità come metafora
Nel saggio giovanile Su verità e menzogna in senso extramorale e poi nei frammenti postumi, Nietzsche smantella l'epistemologia realista e kantiana. Kant aveva postulato l'inconoscibilità della "Cosa in sé" (Ding an sich); Nietzsche fa un passo ulteriore: abolire la stessa nozione di "mondo vero" dietro alle apparenze. Se il mondo vero viene abolito, cade anche il mondo apparente, lasciando solo la fluida realtà del divenire.
Nasce il prospettivismo. La verità non è l'adeguamento dell'intelletto alla cosa (adaequatio rei et intellectus), ma «un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi». I concetti nascono quando dimentichiamo le differenze individuali (la nozione di "foglia" ignora che non esistono due foglie identiche). La scienza e la logica non scoprono l'architettura dell'universo, ma impongono griglie concettuali falsificanti, necessarie unicamente per il dominio tecnico e la sopravvivenza della specie. La "verità" è semplicemente quel tipo di errore senza il quale una determinata specie vivente non potrebbe esistere.
L'ombra del Buddha e l'avvento del nichilismo
L'annuncio del folle nell'aforisma 125 de La gaia scienza («Dio è morto») non è l'ingenua dichiarazione di un libero pensatore ateo. È un evento traumatico di portata geologica. Dio rappresenta la sintesi suprema del Platonismo: l'idea che esista un garante ontologico e morale al di fuori di questo mondo. Quando l'uomo uccide Dio (attraverso l'illuminismo, la scienza moderna, l'evoluzione dell'intelletto critico stesso nato dall'etica cristiana della "verità a tutti i costi"), si cancella l'orizzonte e si beve il mare.
Tuttavia, Nietzsche avverte: l'ombra del Buddha si proietterà ancora a lungo nelle caverne. Anche caduto il Dio cristiano, l'umanità cerca surrogati: lo Stato hegeliano, il socialismo, il positivismo scientifico. Finché questi idoli sussistono, permane un nichilismo incompleto. Solo quando ogni fondamento cade, irrompe il nichilismo radicale. Davanti ad esso, il nichilismo passivo (tipico della decadenza europea e del pessimismo di Schopenhauer) dice NO alla vita ritirandosi nella nolontà. Il nichilismo attivo, invece, usa il vuoto come spazio di suprema libertà creatrice e potenziamento.
Ressentiment e cattiva coscienza
L'indagine filologica ed etimologica di Nietzsche (Genealogia della morale) rivela che i concetti originari non erano "buono e cattivo" (Gut und Böse) in senso morale, ma "buono e spregevole" (Gut und Schlecht) in senso aristocratico. I forti, i sani, i guerrieri affermavano se stessi ("Io sono buono") e consideravano il plebeo malaticcio come "schlecht" (dappoco, ignobile), senza alcun giudizio morale di condanna, ma con mero distacco.
Il capovolgimento avviene attraverso la rivolta degli schiavi, capeggiata dalla casta sacerdotale (il cui prototipo è l'Ebraismo antico, poi universalizzato dal Cristianesimo). Incapaci di agire direttamente, i deboli covano ressentiment (risentimento). Questa vendetta immaginaria crea un nuovo paradigma: definiscono primariamente "malvagio" (Böse) proprio il signore, il guerriero felice, e di riflesso autodefiniscono se stessi, i deboli e sottomessi, come i "buoni" amati da Dio.
Il capolavoro psicologico del prete ascetico è l'invenzione della cattiva coscienza (Schlechtes Gewissen). Impedito di sfogarsi all'esterno dalla creazione dello Stato e della società, l'istinto di crudeltà dell'uomo si rivolta contro se stesso. L'uomo comincia a torturarsi interiormente, a sentirsi in colpa per i propri istinti naturali. L'ideale ascetico è il trionfo di questa auto-tortura, una volontà di nulla pur di non volere il nulla.
L'Anticristo e la morale della compassione
L'indagine sulla morale trova il suo sbocco più distruttivo ne L'Anticristo. Il Cristianesimo non è per Nietzsche soltanto un mero ribaltamento concettuale, ma un crimine contro la fisiologia stessa, un'istituzionalizzazione della compassione che si prefigge di preservare i malati, i deboli e i falliti a discapito dell'affermazione vitale. La compassione (Mitleid) viene analizzata clinicamente: essa moltiplica la quantità di sofferenza nel mondo e drena l'energia dei forti, agendo come un vero e proprio agente patogeno che infetta la salute dello spirito europeo.
Proponendo questa lettura, Nietzsche dichiara una guerra frontale a quasi duemila anni di storia spirituale e smascherando il prete come "il parassita velenoso" della vita. Salva però la figura del Gesù storico, definito "l'unico cristiano": una figura che predicava una pura prassi interiore, un sentimento di beatitudine immediata, il cui messaggio fu però quasi istantaneamente politicizzato, tradito e corrotto dalla dogmatica fondata da San Paolo.
Wille zur Macht: l'ontologia del divenire
La volontà di potenza (Wille zur Macht) demolisce l'idea di una sostanza fissa ("l'Io") o di un mondo dominato da cause-effetti lineari. Il cosmo è un gioco di quanti di forza in perenne conflitto. Nietzsche contesta Spinoza (l'istinto di autoconservazione) e Darwin (la lotta per la mera sopravvivenza): la vita non cerca di conservarsi, ma di scaricare la propria forza, di tracimare, di dominare. La conservazione è solo un'eccezione temporanea, una conseguenza indiretta dell'accrescimento.
Sul piano umano, questa non è la bieca politica di sopraffazione (fraintendimento nazionalsocialista), ma la tensione plastica alla forma. L'uomo superiore non sottomette le masse, ma il proprio caos interiore. Attraverso la sublimazione, gli istinti distruttivi vengono trasformati in creazioni artistiche, intellettuali o filosofiche. È la pulsione dell'autosuperamento costante: «Io sono ciò che deve sempre superare se stesso».
L'attimo (Augenblick) e il morso al serpente
L'eterno ritorno dell'uguale (Die ewige Wiederkunft des Gleichen) costituisce il pensiero anti-teleologico supremo. Non v'è un Regno dei Cieli, né un progresso storico illuminista o marxista verso cui tendere. Il tempo è un cerchio infinito. Il demone de La gaia scienza annuncia che ogni dolore, ragno, raggio di luna e respiro tornerà in modo inalterabile, capovolgendo il concetto lineare del tempo giudaico-cristiano.
Nel Così parlò Zarathustra, questo concetto si spazializza nella visione della porta carraia chiamata "attimo" (Augenblick), in cui collidono l'infinita via del passato e l'infinita via del futuro. Il culmine drammatico della rivelazione avviene con la visione del giovane pastore che si contorce, soffocato da un greve serpente nero (il nichilismo, il disgusto per il ritorno della mediocrità umana) strisciatogli in gola. Zarathustra gli urla di mordere. Il pastore stacca la testa del serpente con un morso e, sputandola, si alza non più uomo, ma «un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva!». Questo morso è la decisione etica suprema: l'accettazione attiva e dionisiaca dell'eternità dell'uguale.
L'Übermensch e l'amor fati
Tradurre Übermensch con "superuomo" (come fece D'Annunzio) introduce un equivoco quantitativo, come se si trattasse di un uomo potenziato biologicamente o esteticamente. Vattimo e Colli-Montinari propongono giustamente "Oltreuomo": una mutazione qualitativa, ontologica. L'uomo (Mensch) è una malattia sulla pelle della terra, una transizione, una fune tesa sopra l'abisso. L'Oltreuomo è il traguardo che ha superato la natura umana decadente.
L'Oltreuomo incarna la trasmutazione di tutti i valori. Il suo percorso è allegorizzato nelle tre metamorfosi: da cammello (l'assunzione passiva del fardello morale e del "Tu devi"), a leone (la distruzione nichilistica, il sacro "No" al drago millenario, l'apertura dello spazio vuoto dell'"Io voglio"), per giungere infine al fanciullo. Il fanciullo è l'innocenza del divenire, una ruota che gira da sola, il sacro "Sì" alla vita in ogni sua crudeltà e gioia.
La postura spirituale definitiva dell'Oltreuomo è l'amor fati. Non si tratta di rassegnazione stoica, ma dell'amore entusiastico per la necessità. Non voler nulla di diverso da ciò che è, né nel passato, né nel futuro, per tutta l'eternità. Questa è la formula della suprema grandezza dell'uomo per Friedrich Nietzsche.
L'arte come redenzione dal nichilismo
Se la verità dogmatica è stata smascherata come un'illusione dannosa, come è possibile per l'Oltreuomo sopravvivere alla nuda consapevolezza dell'abisso insensato del cosmo? La risposta nietzschiana, che percorre carsicamente tutta la sua opera, si risolve in un'affermazione: «Abbiamo l'arte per non morire di verità».
L'arte non è da intendersi come mero intrattenimento borghese o pallida mimesi della natura, ma come il supremo "contromovimento" al nichilismo. Essa è la grande stimolatrice della vita. Un'attenta esegesi esige tuttavia di distinguere l'arte dionisiaca e vitale dall'arte romantica e decadente. Quest'ultima (di cui Richard Wagner divenne, agli occhi del filosofo, l'incarnazione clinica) è l'arte intrisa di misticismo e rassegnazione, prodotta da chi soffre della vita. L'arte autentica, tragica, è invece l'espressione di una sovrabbondanza di forza: la creazione plastica di chi soffre per l'eccesso di vita, abbracciando il divenire pur sapendo che ogni forma creata sarà inevitabilmente distrutta.
La grande politica (Grosse Politik)
Misurarsi con la filosofia nietzschiana richiede il coraggio di non edulcorare le sue componenti più spigolose e politicamente inattuali. L'ontologia del divenire sfocia inevitabilmente nella grande politica: un aristocraticismo radicale che avversa visceralmente le narrazioni moderne. Democrazia, socialismo, uguaglianza giuridica e diritti umani sono letti implacabilmente come propaggini secolarizzate della morale gregaria cristiana, meccanismi volti ad abbassare i forti per garantire la sopravvivenza dei mediocri.
La Grosse Politik di Nietzsche non mira certo ad amministrare il benessere materiale delle masse o le beghe parlamentari. Si tratta di un progetto di portata epocale e planetaria volto a creare le condizioni spirituali e fisiologiche per l'allevamento di una nuova aristocrazia del pensiero. Una casta superiore, liberata dal senso di colpa, chiamata a darsi le proprie leggi e a farsi carico della determinazione del futuro dell'uomo, imponendo una direzione vitale all'Europa divenuta nichilista.
Il buon europeo: contro il nazionalismo e l'antisemitismo
Ogni interpretazione di Nietzsche ha il dovere rigoroso di dissipare la nube tossica delle falsificazioni novecentesche. L'appropriazione della sua figura da parte del nazionalsocialismo costituisce la più grossolana delle manipolazioni storiche. Nietzsche detestava profondamente il nascente Reich bismarckiano, bollando il nazionalismo tedesco come "la malattia delle patrie" e la "scabbia" dell'Europa.
Sul tema dell'antisemitismo, la sua condanna è inequivocabile e feroce. Egli consumò rotture traumatiche nella sua vita privata (con Wagner, con il proprio editore Ernst Schmeitzner e persino con la sorella Elisabeth e il cognato Bernhard Förster) a causa del loro fervente antisemitismo. Per Nietzsche, l'antisemita è l'incarnazione psicologica più bassa del ressentiment: un fallito che tenta di giustificare la propria mediocrità inventandosi un capro espiatorio.
Al patriottismo razziale e statalista, Nietzsche contrappone l'ideale del "buon europeo". Il filosofo dell'avvenire è uno spirito libero, transnazionale e nomade, erede della complessità culturale del continente. Il buon europeo disprezza i confini fittizi disegnati dagli Stati nazione, proiettandosi verso un'identità slegata dal sangue e dal suolo, unita unicamente dalla nobiltà della ricerca teoretica e dall'autosuperamento dionisiaco.