Søren Kierkegaard

La filosofia di Kierkegaard non è rassicurante, non è un pensiero di quelli che spiegano tutto e mettono ordine nel cosmo. La sua è una riflessione figlia di un'individualità ferita, di una "scheggia nelle carni".

La sua filosofia è un rischio da correre. È un attacco diretto alla "folla" e alla filosofia accademica del suo tempo (soprattutto a Hegel), che tentava di razionalizzare ogni aspetto della realtà. Per Kierkegaard, l'esistenza non ha nulla a che fare con la logica o la conoscenza: è un dramma che riguarda il Singolo.

Ecco una lettura rigorosa del suo percorso, focalizzata sulla vertigine della libertà: la scelta.

1. La biografia come categoria filosofica

Non possiamo separare la vita di Kierkegaard dal suo pensiero. Egli stesso viveva la sua esistenza come un enigma da decifrare.

Nota bene: questo sacrificio è la chiave per capire la sua filosofia. Lui sacrifica il "finito" (il matrimonio, la felicità umana) per l'infinito. Diventerà, filosoficamente, la figura di Abramo che sacrifica Isacco.

2. Il concetto di scelta: contro Hegel

Mentre Hegel diceva "tutto ciò che è reale è razionale" e vedeva la storia come un progresso necessario (et... et, sia l'uno che l'altro, tutto si sintetizza), Kierkegaard pianta la bandiera dell'aut-aut (either/Or).

L'esistenza umana è possibilità. E la possibilità è terrificante. Quando sei di fronte a una scelta, non hai garanzie. Puoi scegliere A o B, e scegliendo A perdi per sempre B. Questa vertigine di fronte alle infinite possibilità è ciò che Kierkegaard chiama Angoscia. L'angoscia non è paura (che ha un oggetto determinato, come la paura di un ladro), ma è il sentimento del possibile, il terrore del nulla che si apre davanti alla libertà.

Vivere significa scegliere. E chi non sceglie, ha già scelto di lasciarsi vivere.

Approfondimento: l'Angoscia - la vertigine della libertà

L'Angoscia (Begrebet Angest) non va confusa con la paura. Questa distinzione è fondamentale:

  • La paura ha sempre un oggetto determinato. Ho paura del ragno, del buio, di fallire un esame. Se togli l'oggetto, la paura sparisce.
  • L'Angoscia, invece, non ha oggetto. È il sentimento del Nulla.

La metafora del precipizio: immagina di essere sul ciglio di un burrone. 1. Hai paura di scivolare e cadere accidentalmente (paura, istinto di conservazione). 2. Ma allo stesso tempo, senti un impulso irrazionale, una vertigine: ti rendi conto che potresti buttarti. Nessuno ti costringe, ma nulla ti trattiene se non te stesso.

Ecco, quella vertigine è l'Angoscia. È la consapevolezza che tutto è possibile. È il terrore che l'uomo prova non di fronte a un mostro, ma di fronte alla sua stessa libertà.

Kierkegaard collega l'angoscia al peccato originale. Adamo, prima di mangiare la mela, era innocente ma provava angoscia. Perché? Perché il divieto di Dio ("Non mangiare") ha svegliato in lui la possibilità di poterlo fare. L'angoscia è "la realtà della libertà come possibilità prima della possibilità". È il momento in cui lo spirito si sveglia dal sonno e scopre di poter scegliere il bene o il male.

3. I tre stadi dell'esistenza (le tre vite)

Kierkegaard non descrive questi stadi come gradini di una scala che tutti salgono automaticamente (come in Hegel), ma come "sfere" o alternative di vita tra cui c'è un abisso. Per passare da uno all'altro serve un salto.

A. Lo stadio estetico

Approfondimento: la disperazione (La malattia mortale

Se l'angoscia riguarda il rapporto dell'uomo con il mondo (le possibilità future), la disperazione riguarda il rapporto dell'uomo con se stesso.

Nell'opera La malattia mortale, Kierkegaard definisce la disperazione come una malattia dello spirito. Perché "mortale"? Non perché porta alla morte fisica (magari!). È mortale perché è un "morire eterno", un vivere la morte senza mai morire davvero. È lo stato di chi ha perso il proprio Io.

La disperazione nasce perché l'uomo è una sintesi (di finito e infinito, di necessità e libertà) e questa sintesi deve trovare un equilibrio. Quando l'equilibrio si rompe, nasce la disperazione, che ha due forme principali:

  1. Disperazione per debolezza (non voler essere se stessi): è la forma più comune. L'uomo fugge dal proprio Io per conformarsi agli altri, alle mode, alla massa. Cerca di essere "un altro". È il disperato che non sa di esserlo, che vive "inautenticamente", recitando un copione non suo.
  2. Disperazione per ostinazione (voler essere se stessi a tutti i costi): è la disperazione del titano, del ribelle, dell'ateo orgoglioso. Qui l'uomo vuole essere il fondamento di se stesso, rifiutando qualsiasi aiuto da Dio. Vuole costruirsi da solo. Ma l'uomo è una creatura finita: cercare di farsi Dio porta al fallimento interiore e alla solitudine assoluta.

La cura (la fede): la disperazione è il contrario della fede. L'unica cura per questa malattia è che l'Io, "immergendosi trasparentemente in se stesso", accetti di fondarsi nella Potenza che lo ha posto (Dio). Riconoscere la propria dipendenza dal Creatore è l'unico modo per essere veramente liberi.

B. Lo stadio etico

C. Lo stadio religioso

Approfondimento: il paradosso di Abramo e lo scandalo della fede

Qui arriviamo al vertice drammatico, esposto in Timore e Tremore. Kierkegaard prende l'episodio biblico di Abramo e Isacco e lo usa per distruggere l'etica razionale di Hegel.

Secondo la morale universale (l'etica), un padre deve amare il figlio e proteggerlo. Uccidere un figlio è il crimine peggiore. Eppure, Abramo si prepara a uccidere Isacco perché Dio glielo ha chiesto.

La differenza tra l'eroe tragico e il cavaliere della fede:

  • L'eroe tragico (es. Agamennone): sacrifica la figlia Ifigenia per permettere alla flotta greca di partire per Troia. Lo fa per il "bene universale" (lo Stato, la patria). Noi piangiamo per lui, lo capiamo, lo ammiriamo. Il suo gesto è terribile ma razionale e spiegabile. Rimane dentro l'etica.
  • Abramo: non sacrifica Isacco per salvare un popolo. Lo fa per una prova privata tra lui e Dio. Agli occhi della società (l'etica), Abramo è semplicemente un assassino. Non può spiegare il suo gesto a nessuno (nemmeno a Isacco o a Sara), perché non c'è una ragione universale. C'è solo il comando divino.

La sospensione teleologica dell'etico: questo è il concetto chiave. La Fede non è la continuazione dell'etica, ma la sua sospensione. Ci sono momenti in cui il dovere verso Dio (il telos, il fine ultimo) sospende il dovere morale verso gli uomini. L'etica dice "non uccidere", ma Dio dice "uccidi".

Il paradosso e l'assurdo: Abramo è grande non per la rassegnazione, ma per la fede nell'Assurdo. Attenzione a questo passaggio sottile: Abramo alza il coltello per uccidere Isacco, ma nello stesso istante crede fermamente (per virtù dell'Assurdo) che Dio non gli toglierà Isacco. Se avesse pensato "Vabbè, Dio me lo toglie, pace", sarebbe stata rassegnazione. Invece lui crede l'impossibile: che lo ucciderà e che vivrà.

Questa tensione lacerante, questo camminare nel buio senza poter giustificare le proprie azioni agli altri, è la fede. È un rischio assoluto, vissuto in "timore e tremore".

Riepilogo

Caratteristica Stadio estetico Stadio etico Stadio religioso
Opera chiave Diario di un seduttore Le carte di Wilhelm Timore e tremore
Figura simbolo Il Don Giovanni / Johannes Il marito / Giudice Wilhelm Abramo
Principio guida Il piacere / L'attimo Il dovere / La continuità La fede / Il paradosso
Nemico La noia / La ripetizione L'eccezionalità / Il disordine La ragione / La logica umana
Rapporto col tempo Vive nel presente immediato Vive nella durata Vive nell'eterno che irrompe
Esito/Crisi Noia e disperazione Pentimento Salvezza (scandalo)

In conclusione, Kierkegaard ci lascia con una domanda scomoda: hai il coraggio di essere un Singolo? La maggior parte degli uomini, diceva, ha paura di essere un "Io" e preferisce nascondersi nel gregge. La sua filosofia è un invito a togliere la maschera e affrontare l'abisso della propria libertà.