La macchina e il test di Turing
Il matematico e logico Alan Mathison Turing ideò negli anni trenta un computer teorico capace di calcolo ricorsivo. Nel celebre articolo "Calcolatori e intelligenza" del 1950, egli propose un criterio di verifica: se un operatore umano non riesce a distinguere le risposte di una macchina da quelle di un altro essere umano, la macchina "pensa". La principale obiezione filosofica a questo approccio comportamentale è che al pensiero algoritmico manca l'intenzionalità.
Hardware diversi, stesso software
Il filosofo Hilary Putnam, in una prima fase della sua riflessione ("Menti e macchine", 1960), prese partito per l'intelligenza artificiale. Egli sostenne che gli stati mentali, assimilabili agli stati di una macchina di Turing, possono essere realizzati su sostrati fisico-materiali profondamente diversi tra loro, siano essi organici o inorganici.
Il problema dell'intenzionalità e del significato
John R. Searle mosse una critica recisa all'assimilazione tra mente e computer. Nel suo "Menti, cervelli e programmi" (1980), egli asserì che le macchine decifrano e organizzano catene di simboli per manipolare la sintassi del linguaggio, ma non sono in grado di comprenderne il significato. Manca loro la dimensione semantica e intenzionale. Anche se una macchina esibisce un comportamento intelligente, non per questo possiede vera intelligenza.
La società della mente
Marvin Minsky, fondatore del laboratorio di intelligenza artificiale del Massachusetts Institute of Technology, difese un approccio connessionistico. Nel testo "La società della mente" (1986), teorizzò che i processi psichici scaturiscono in realtà dalle interrelazioni di innumerevoli e semplici unità di elaborazione, definite "agenti", prive di intelligenza se prese singolarmente.